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Cos’è una galassia ellittica? Scopri perché sfugge agli sguardi dei telescopi amatoriali

📅 22 Agosto 2026✍️ di Edoardo Caprara⏱️ 6 min di lettura

Dalla mia terrazza affacciata sui Monti Sibillini ho passato notti intere a inseguire aloni debolissimi nel fondo cielo. Ho documentato sciami meteorici e, con strumenti autocostruiti, ho seguito passo passo il transito di Venere. Ma poche sfide mettono alla prova come la caccia alle galassie ellittiche: macchie sottili, quasi timide, che chiedono pazienza, metodo e un cielo davvero buio.

Che cosa sono davvero

Le galassie ellittiche sono sistemi stellari compatti e arrotondati, dominati da stelle vecchie, gialle e rossastre. Non hanno bracci di spirale né regioni di intensa formazione stellare; in genere contengono poco gas e polveri. La loro luce è distribuita in modo omogeneo, con un nucleo più brillante che sfuma lentamente verso l’esterno. Gli astronomi le classificano da E0 (quasi sferiche) a E7 (più allungate).

Dal punto di vista dinamico, le stelle in un’ellittica seguono orbite orientate in molte direzioni, non un disco ordinato: è la ragione della loro forma e della lieve «granulosità» osservativa. Spesso al centro ospitano buchi neri supermassicci; l’esempio più noto è quello di M87, una delle regine dell’Ammasso della Vergine, immortalata anche dal Telescopio spaziale Hubble.

La genesi di molte ellittiche è legata a fusioni e interazioni tra galassie. Gli «strappi» gravitazionali, gli aloni stellari estesi e i gusci deboli attorno alle ellittiche più massicce raccontano di antiche collisioni, lente ma inesorabili. E se ci chiediamo quanto siano lontane, entra in gioco la Legge di Hubble-Lemaître, che lega la distanza alla velocità di allontanamento: non stupisce quindi che, per molte ellittiche, i dettagli fini restino fuori portata dei piccoli telescopi.

Perché sfuggono agli strumenti amatoriali

In teoria, alcune ellittiche hanno magnitudini integrate invitanti. In pratica, il problema è la bassa luminosità superficiale: la loro luce è «spalmata» su un’area ampia. Tradotto sul campo, significa che un oggetto con mag 9 ma diffuso può risultare più difficile di una galassia a mag 11 con nucleo compatto.

A complicare tutto c’è l’illuminazione di fondo. Un cielo urbano o suburbano «taglia» letteralmente l’alone esterno dell’ellittica: resta il nucleo, debole e sfocato, spesso indistinguibile dal rumore del cielo. Anche una sottile falce di Luna, umidità alta o foschia rovinano il contrasto. L’ombra lunga dell’Inquinamento luminoso pesa qui più che con le nebulose a emissione, perché i filtri a banda stretta non sono d’aiuto: la luce delle ellittiche è stellare, continua, e i classici UHC o OIII non migliorano la visibilità.

Mi è capitato di recente: un lettore mi ha scritto chiedendomi se con un 114/900 dal cortile di casa potesse «vedere bene M49». La risposta onesta è: dipende dal cielo, non solo dal diametro. Con un Bortle 5-6 e lampioni a distanza, il nucleo si intravede, ma l’alone resta evanescente. Spostandosi su un altopiano dei Sibillini dopo mezzanotte, la stessa ottica mostra un ovale più esteso e convincente. La differenza la fa il contrasto sul fondo.

Il mio metodo sul campo

Quando miro alle ellittiche, preparo la serata come un’uscita in montagna: essenziale e senza fronzoli. Non inseguo troppi oggetti; seleziono 3–4 target con stelle guida chiare per lo star-hopping. Per l’Ammasso della Vergine punto prima Vindemiatrix (Epsilon Virginis), poi scendo verso la coppia M84–M86 e da lì risalgo ad arco lungo la catena di Markarian: M87 è poco distante, un bagliore regolare che si conferma con la visione distolta.

Lavoro con oculari che diano una pupilla d’uscita fra 3 e 4 mm: su un 200 mm funziona bene un 25–30 mm per la ricerca, e poi un 12–14 mm per consolidare la visione del nucleo senza spegnere troppo l’alone. Mai avere fretta: il cervello ha bisogno di decine di secondi per «stabilizzare» quel che vede.

  • Strumenti e impostazioni consigliate: cercatore ben allineato, oculari grandangolari puliti, schermo paraluce per gli occhi, app o mappa stellare cartacea con stelle fino a mag 7–8, abbigliamento caldo per restare fermi a lungo.
  • Condizioni ideali: niente Luna, umidità bassa, vento debole ma aria trasparente; obiettivo sopra i 35–40° di altezza, meglio dopo la mezzanotte quando spesso cala la foschia.

Durante una serata di primavera, con un gruppo di astrofili del maceratese, abbiamo dedicato un’ora a M87. Col 250 mm di un amico, la galassia era un batuffolo evidente; col mio 120 mm acromatico, la sfida era tirare fuori l’alone. Ho chiesto a tutti di coprirsi la testa con un telo scuro per schermare luci parassite e di fare cicli di 10 respiri lenti per stabilizzare la visione. Dopo qualche minuto, tre su cinque hanno riconosciuto l’ovale esteso. La visione distolta, spostando leggermente lo sguardo a lato del nucleo, ha fatto il resto.

Errori tipici da evitare

  • Fidarsi solo della magnitudine integrata: non racconta la luminosità superficiale. Scegli target con nucleo concentrato nelle prime uscite.
  • Usare filtri a banda stretta: su galassie sono controproducenti. Meglio un cielo più buio che un filtro sbagliato.
  • Ingrandimenti eccessivi: oltre un certo punto «spalmi» ancora di più la luce e perdi l’alone.
  • Nessun adattamento al buio: servono 20–30 minuti. Evita schermi bianchi e torce non schermate.
  • Ottica non collimata o sporca: il contrasto crolla. Una pulizia leggera e una collimazione rapida prima di iniziare cambiano la notte.

Quando e dove cercarle

La primavera è la stagione d’oro: Vergine e Chioma di Berenice offrono decine di ellittiche, incluse M49, M60 e la stessa M87. In autunno, vicino ad Andromeda, M32 e M110 sono bersagli pratici per iniziare: la prima è molto compatta, la seconda più diffusa ma appagante sotto cielo scuro. In inverno, NGC 3115 nello Sestante (anzi, il «Fuso») è un buon compromesso per telescopi da 100–150 mm.

Se vuoi massimizzare le chance, punta a un sito almeno Bortle 4. Da casa, schermare le luci, spegnere balconi e usare paraluce per gli occhi migliora sensibilmente il contrasto percepito. Notti di tramontana limpida, dopo il passaggio di perturbazioni asciutte, sono le migliori: pochi aerosol, fondo cielo più nero.

Una nota per chi fotografa

Le ellittiche vengono bene con pose relativamente brevi ma numerose: l’alone esterno emerge con lo stacking. Con una montatura equatoriale ben allineata, lavora tra 60 e 120 secondi a ISO/ganho medio-basso, somma molte immagini, calibra con dark e flat, e cura il dithering per ridurre pattern e rumore. Tieni l’istogramma al 30–40%: salverai le alte luci del nucleo, recuperando gli aloni in post. I filtri a banda stretta non aiutano: meglio un UV/IR-cut se serve e tanta integrazione. In elaborazione, usa maschere morbide: un deconvolution aggressivo sul nucleo può rovinare il gradiente naturale.

Concludo con un invito pratico. Scegli tre target: M87, M49 e M32. Studia il percorso stellare nel pomeriggio, prepara gli oculari, cura l’adattamento al buio e concediti tempo. Le ellittiche non premiano i frettolosi: sono oggetti da «ascoltare» in silenzio, come il fruscio del vento sui crinali dei Sibillini nelle notti limpide. Quando l’occhio le afferra davvero, non le dimentichi più.

Edoardo Caprara

Dalla sua terrazza con vista sui Monti Sibillini, Edoardo ha documentato per anni sciami meteorici, collaborando con gruppi di astrofili. Racconta di aver seguito passo passo il transito di Venere con autocostruiti strumenti ottici e predilige la narrazione di eventi astronomici vissuti in prima persona.